Il deserto | Un incontro con il nostro cuore

Data: 16 agos­to 2026 | Pre­di­ca­to­re:
Serie: | Tes­to bibli­co: Matteo 26,36–46
Sug­ge­ri­men­to: Ques­to ser­mo­ne è sta­to tra­dot­to auto­ma­ti­ca­men­te. Si pre­ga di nota­re che non pos­sia­mo accet­ta­re alcu­na responsa­bi­li­tà per l’ac­cu­ra­tez­za del contenuto.

Il Get­se­ma­ni ci insegna che la vera preg­hie­ra non ini­zia con le paro­le gius­te, ma con un cuo­re aper­to. Gesù con­fi­da al Pad­re i suoi sen­ti­men­ti, i suoi desi­de­ri e, infi­ne, la sua fidu­cia. Anche noi pos­sia­mo dire tut­to a Dio e affi­da­re la nos­t­ra volon­tà nel­le sue mani. Pro­prio nei momen­ti più dif­fi­ci­li del­la nos­t­ra vita, Lui non ci lascia soli, ma ci sos­tiene come un pad­re fa con il pro­prio figlio – pas­so dopo pas­so, lungo il cammi­no del­la fiducia.


Nell’ultima ome­lia abbia­mo vis­to che Gesù cer­ca­va semp­re un pos­to tran­quil­lo. Non per­ché vol­es­se allon­tan­ar­si dal­la gen­te, ma per­ché cer­ca­va la comu­nio­ne con suo Padre.

Oggi Gesù ci por­ta un pas­so olt­re. Il silen­zio non è fine a se stes­so. Ha uno sco­po. Ci con­du­ce nel luo­go in cui il nos­tro cuo­re incon­tra Dio. E non c’è pos­to più sug­ges­tivo del Giar­di­no del Get­se­ma­ni per ques­to. Qui non vedia­mo Gesù come un maes­tro davan­ti a una gran­de fol­la. Non come colui che com­pie mira­co­li. Non come il re che la gen­te accla­ma. Qui incon­tria­mo il Figlio di Dio fat­to uomo nel momen­to di mag­gio­re angoscia.

Pro­prio per ques­to qui impa­ria­mo qual­co­sa di fon­da­men­ta­le sul­la preg­hie­ra. Per­ché sco­pria­mo che: La vera preg­hie­ra non ini­zia con bel­le paro­le, ma con un cuo­re aperto.

Dio ci invita a aprirgli il nostro cuore

Matteo descri­ve una sce­na scon­vol­gen­te. Gesù va con i suoi dis­ce­po­li nel giar­di­no del Get­se­ma­ni. Poi pren­de con sé Pie­tro, Gia­co­mo e Gio­van­ni e dice loro: «La mia ani­ma è affran­ta. Rimane­te qui e veglia­te con me» (Matteo 26,38 NLB). Che frase! Gesù non nas­con­de i suoi sen­ti­men­ti. Non li mini­miz­za. Non dice: «Un india­no non sen­te il dolo­re» o «Ora devo esse­re for­te» o «Sono il Figlio di Dio, quin­di non devo mostra­re pau­ra». No. Si apre il cuo­re. Chi­ama i suoi sen­ti­men­ti con il loro nome. Tris­tez­za. Pau­ra. Pro­fon­da angoscia.

Qui impa­ria­mo una cosa importan­te: Dio non si aspet­ta da noi una masche­ra di devo­zio­ne. A vol­te pen­sia­mo che la preg­hie­ra deb­ba suo­na­re par­ti­co­lar­men­te bel­la. Cer­chi­amo le paro­le gius­te. Ma Dio non cer­ca bel­le paro­le. Cer­ca un cuo­re sin­ce­ro. Ecco per­ché i Sal­mi sono così pre­zio­si. Più del­la metà dei Sal­mi sono sal­mi di lamento.

David urla. Pian­ge. Si lamen­ta. Chie­de. Si tor­men­ta. E Dio ha rac­col­to tut­te ques­te preg­hie­re nella sua Paro­la. Per­ché? Per­ché Dio pre­fe­ris­ce la sin­ce­ri­tà alla ipo­cri­sia. For­se ci por­ti­amo die­tro del­le preoc­cu­p­a­zio­ni di cui non par­lia­mo con nes­su­no. Delu­sio­ni. Sen­si di col­pa. Pau­re. Ferite.

Spes­so è pro­prio nel silen­zio che ques­te cose ven­go­no a gal­la. Mol­te per­so­ne ne riman­go­no scon­vol­te. Pens­a­no: «Dov­rei esse­re già mol­to più avan­ti.» Ma for­se Dio ci mos­tra ques­te cose pro­prio per­ché vuo­le guarirle.

Quel luo­go silen­zio­so non è per­i­co­lo­so. È il luo­go in cui Dio por­ta alla luce il nos­tro cuo­re. Non per cond­ann­ar­ci, ma per incontrarci.

Dio vuole ascoltare anche i nostri desideri

Gesù non si limi­ta a pro­va­re quei sen­ti­men­ti. Esprime il suo desi­de­rio. «Si allon­tanò anco­ra un po‘, si ingi­noc­chiò a ter­ra e pre­gò: ’Pad­re mio! Se è pos­si­bi­le, fa’ che ques­to cali­ce di sof­fe­ren­za mi sia risparm­ia­to». […]» (Matteo 26,39 NLB).

Che preg­hie­ra! Gesù chie­de a suo Pad­re di tro­va­re, se pos­si­bi­le, un’altra via. Il cali­ce sim­bo­leg­gia la sof­fe­ren­za, la cro­ce e il giudi­zio di Dio sul pec­ca­to. Gesù sa esat­ta­men­te cosa lo aspet­ta. Per ques­to chie­de: «Se è pos­si­bi­le…» Anche ques­to pos­sia­mo impar­ar­lo. Pos­sia­mo dire a Dio cosa desi­de­ria­mo. Alcu­ni cris­tia­ni pens­a­no che la vera fede signi­fi­chi non ave­re più desi­de­ri. Ma Gesù dimos­tra il con­tra­rio. Esprime aper­ta­men­te il suo desi­de­rio più pro­fon­do. Anche noi pos­sia­mo pre­ga­re: «Signo­re, vor­rei gua­ri­re.» «Mi augu­ro che ci sia ricon­ci­lia­zio­ne.» «Mi augu­ro che ques­ta sof­fe­ren­za finis­ca.» «Spe­ro che mio figlio ti tro­vi.» «Vor­rei ave­re più for­za.» Oppu­re anche: «Signo­re, non voglio bere da ques­to cali­ce.» Dio non si spa­ven­ta di fron­te a preg­hie­re del gene­re. Cono­sce già il nos­tro cuo­re, comunque.

Pre­ga­re non vuol dire infor­ma­re Dio. Pre­ga­re vuol dire aprirg­li il nos­tro cuo­re. E spes­so ci ren­dia­mo con­to che i nos­tri desi­de­ri sono con­trad­dit­to­ri. Voglia­mo ser­vi­re Dio. E allo stes­so tem­po cer­chi­amo la nos­t­ra como­di­tà. Voglia­mo per­do­na­re. Eppu­re con­ti­nuia­mo a ser­ba­re ran­co­re. Voglia­mo diven­ta­re più simi­li a Cris­to. E allo stes­so tem­po voglia­mo impor­re la nos­t­ra volon­tà. Dio cono­sce ques­ta ten­sio­ne. Per ques­to pos­sia­mo port­arg­li tut­to. Nulla deve rima­ne­re nascosto.

La fiducia cresce quando affidiamo la nostra volontà a Dio

Ed ecco che arri­va il vero momen­to cul­mi­nan­te del­la preg­hie­ra di Gesù. «[…] Ma voglio fare la tua volon­tà, non la mia» (Matteo 26,39 NLB). E poco dopo: «Papà! Se ques­to cali­ce non può pas­sa­re olt­re, all­o­ra sia fat­ta la tua volon­tà» (Matteo 26,42 NLB).

Ques­ta non è ras­segna­zio­ne. Gesù non dice: «All­o­ra non impor­ta più nien­te.» E non dice nem­meno: «Non ho più desi­de­ri.» No. Ha espres­so i suoi sen­ti­men­ti. Ha espres­so il suo desi­de­rio. E ora affi­da tut­to nel­le mani di suo pad­re. Qui c’è un atto di abban­do­no. Qui Gesù cede il con­trol­lo. Non è for­se uno dei pas­si più dif­fi­ci­li del­la nos­t­ra fede?

Voglia­mo ave­re il con­trol­lo del­la nos­t­ra vita. Fac­cia­mo pro­get­ti. Ci orga­niz­zia­mo. Ci mett­i­amo al sicu­ro. Cer­to, dob­bia­mo vive­re in modo responsa­bi­le. Ma a un cer­to pun­to ci scon­tria­mo con dei limi­ti. Non pos­sia­mo con­troll­a­re com­ple­ta­men­te la nos­t­ra salu­te. Né i nos­tri fig­li. Né il nos­tro futu­ro. Nem­meno il gior­no dopo. Quan­ta ener­gia ci vuo­le per cer­ca­re di tene­re tut­to sot­to con­trol­lo! Gesù ci mos­tra una stra­da diver­sa. Lui lot­ta. Pre­ga. Si dibat­te. E poi si affi­da. È pro­prio lì che sta la sua libertà.

Chi reci­ta il sal­mo dice: «Affi­da al Signo­re la gui­da del­la tua vita e ripo­ni in lui la tua fidu­cia: lui farà la cosa gius­ta» (Sal­mo 37,5 NLB).

E Salo­mo­ne scri­ve: «Con­fi­da con tut­to il cuo­re nel Signo­re e non affid­ar­ti alla tua intel­li­gen­za» (Pro­ver­bi 3:5 NLB).

La dedi­zio­ne non signi­fi­ca pas­si­vi­tà. Signi­fi­ca: Fac­cio quello che Dio mi chie­de di fare oggi. E quello che non pos­so con­troll­a­re, lo affido con­s­ape­vol­men­te alle Sue mani. Per­ché mio Pad­re regna. La cro­ce con­fer­ma ques­ta fidu­cia. Quan­do Gesù pre­ga­va nel Get­se­ma­ni, non sape­va anco­ra come sareb­be sta­ta la risurre­zio­ne. Ma si fida­va del Pad­re suo. E il Pad­re non lo ha lascia­to nella mor­te. Pro­prio per ques­to anche noi pos­sia­mo ave­re fidu­cia. Non per­ché cono­scia­mo il risult­a­to. Ma per­ché cono­scia­mo il Padre.

Come pos­sia­mo met­ter­lo in pra­ti­ca? Si comin­cia recan­do­ci rego­lar­men­te nel nos­tro «giar­di­no del Get­se­ma­ni». Non deve esse­re per for­za un giar­di­no, ma un luo­go di silen­zio. Un pos­to dove non ci sia­no dis­tra­zio­ni. Un pos­to dove poter apri­re il nos­tro cuo­re a Dio. For­se tre sem­pli­ci pas­si posso­no aiut­ar­ci in questo.

Pri­mo: Con­fi­da a Dio i tuoi sen­ti­men­ti. Chi­ama­le con il loro vero nome, sen­za giri di parole.

Secon­do: Por­ta a Dio i tuoi desi­de­ri. Non nas­con­dergli nulla.

Ter­zo: Ripo­ni la tua fidu­cia in Dio. Di« come Gesù: «Voglio fare la tua volon­tà, non la mia.»

Ques­ti tre ele­men­ti non li tro­via­mo solo nel Get­se­ma­ni. Li ritro­via­mo in mol­ti sal­mi. Lamen­to. Sup­pli­ca. Fidu­cia. È così che si pre­ga nella Bibbia.

E così anche noi pos­sia­mo pre­ga­re. Per con­clude­re, vor­rei ricord­ar­ci anco­ra una cosa. Il Get­se­ma­ni non finis­ce con una preg­hie­ra. Finis­ce con un cammi­no. Gesù si alza. Va incon­tro alla sua sof­fe­ren­za. Beve il cali­ce che avrem­mo dovu­to bere noi. Si fa cari­co del­le nost­re col­pe. Si assu­me l’ira di Dio, affin­ché noi pos­sia­mo rice­ve­re il per­do­no. Ecco per­ché oggi pos­sia­mo anda­re dal Pad­re con ogni cali­ce del­la nos­t­ra vita. Per­ché Cris­to ha già bevu­to per noi il cali­ce più amaro.

In segui­to, Mosè ricorda al popo­lo d’Israele una cosa fon­da­men­ta­le. Dice: «Ave­te vis­to come il Signo­re, il vos­tro Dio, vi ha por­tato fin qui lungo tut­to quel lungo cammi­no attra­ver­so il deser­to, come un pad­re por­ta in brac­cio il pro­prio figlio» (Deu­te­ro­no­mio 1,31 NLB).

Che imma­gi­ne poten­te. Il deser­to non era solo un luo­go di sos­ten­ta­men­to. Era anche un luo­go in cui Dio ha sos­ten­uto il suo popo­lo. Attra­ver­so i dub­bi. Attra­ver­so la ribel­lio­ne. Attra­ver­so le delu­sio­ni. Attra­ver­so il dolo­re. E for­se oggi, guar­dan­do indie­tro, ci ren­dia­mo con­to che anche noi, sen­za quel soste­g­no, non sarem­mo più qui da un bel po’.

C’è quella famo­sa imma­gi­ne del­le impron­te sul­la sab­bia. Lì dove, nei momen­ti più dif­fi­ci­li del­la nos­t­ra vita, riuscia­mo a intra­ve­de­re solo una sin­go­la trac­cia, Dio non ci ha abban­do­na­ti. Lì ci ha sos­tenuti. Pro­prio come un pad­re sos­tiene il pro­prio figlio.

Ecco per­ché non dob­bia­mo aver pau­ra del silen­zio. Sì, a vol­te lì ci imbat­te­remo nel nos­tro dolo­re. Ma non sare­mo mai soli. Dall’altra par­te del nos­tro dolo­re non c’è il vuo­to ad aspett­ar­ci. Lì c’è il nos­tro Pad­re cele­s­te, che ci sos­tiene – pas­so dopo passo.

E in Cris­to pos­sia­mo esse­re cer­ti di una cosa: chi apre il pro­prio cuo­re a Dio non si rivol­gerà mai a Lui invano.

 

Possibili domande per il piccolo gruppo

Leg­gi il bra­no bibli­co: Matteo 26,36–46; Sal­mo 13

  1. Qua­li sen­ti­men­ti ti por­ti den­tro in ques­to momen­to e che for­se non hai anco­ra con­fi­da­to sin­cera­men­te a Dio? Cosa ti impe­dis­ce di farlo?
  2. Quan­do osser­vi Gesù nel Get­se­ma­ni: qua­le desi­de­rio o «cali­ce» ti sta par­ti­co­lar­men­te a cuo­re in ques­to momen­to? Come potres­ti port­ar­lo con­s­ape­vol­men­te davan­ti a Dio?
  3. In qua­le ambi­to del­la tua vita ti risul­ta più dif­fi­ci­le pre­ga­re: «Non la mia volon­tà, ma la tua volon­tà sia fat­ta»? Per­ché pro­prio lì?»
  4. Quan­do ripen­si alla tua vita: in qua­li momen­ti ti ren­di con­to che Dio ti ha sos­ten­uto in un peri­odo di ari­di­tà spi­ri­tua­le – maga­ri anche solo col sen­no di poi?
  5. In che modo potres­ti crea­re con­cre­ta­men­te, nella prossi­ma set­ti­ma­na, un tuo per­so­na­le «Giar­di­no del Get­se­ma­ni» – un luo­go e un momen­to in cui con­fi­da­re a Dio i tuoi sen­ti­men­ti, i tuoi desi­de­ri e la tua fiducia?