Il deserto | Un incontro con il nostro cuore
Serie: Semplice. Tranquillo. Presente. | Testo biblico: Matteo 26,36–46
Il Getsemani ci insegna che la vera preghiera non inizia con le parole giuste, ma con un cuore aperto. Gesù confida al Padre i suoi sentimenti, i suoi desideri e, infine, la sua fiducia. Anche noi possiamo dire tutto a Dio e affidare la nostra volontà nelle sue mani. Proprio nei momenti più difficili della nostra vita, Lui non ci lascia soli, ma ci sostiene come un padre fa con il proprio figlio – passo dopo passo, lungo il cammino della fiducia.
Nell’ultima omelia abbiamo visto che Gesù cercava sempre un posto tranquillo. Non perché volesse allontanarsi dalla gente, ma perché cercava la comunione con suo Padre.
Oggi Gesù ci porta un passo oltre. Il silenzio non è fine a se stesso. Ha uno scopo. Ci conduce nel luogo in cui il nostro cuore incontra Dio. E non c’è posto più suggestivo del Giardino del Getsemani per questo. Qui non vediamo Gesù come un maestro davanti a una grande folla. Non come colui che compie miracoli. Non come il re che la gente acclama. Qui incontriamo il Figlio di Dio fatto uomo nel momento di maggiore angoscia.
Proprio per questo qui impariamo qualcosa di fondamentale sulla preghiera. Perché scopriamo che: La vera preghiera non inizia con belle parole, ma con un cuore aperto.
Dio ci invita a aprirgli il nostro cuore
Matteo descrive una scena sconvolgente. Gesù va con i suoi discepoli nel giardino del Getsemani. Poi prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e dice loro: «La mia anima è affranta. Rimanete qui e vegliate con me» (Matteo 26,38 NLB). Che frase! Gesù non nasconde i suoi sentimenti. Non li minimizza. Non dice: «Un indiano non sente il dolore» o «Ora devo essere forte» o «Sono il Figlio di Dio, quindi non devo mostrare paura». No. Si apre il cuore. Chiama i suoi sentimenti con il loro nome. Tristezza. Paura. Profonda angoscia.
Qui impariamo una cosa importante: Dio non si aspetta da noi una maschera di devozione. A volte pensiamo che la preghiera debba suonare particolarmente bella. Cerchiamo le parole giuste. Ma Dio non cerca belle parole. Cerca un cuore sincero. Ecco perché i Salmi sono così preziosi. Più della metà dei Salmi sono salmi di lamento.
David urla. Piange. Si lamenta. Chiede. Si tormenta. E Dio ha raccolto tutte queste preghiere nella sua Parola. Perché? Perché Dio preferisce la sincerità alla ipocrisia. Forse ci portiamo dietro delle preoccupazioni di cui non parliamo con nessuno. Delusioni. Sensi di colpa. Paure. Ferite.
Spesso è proprio nel silenzio che queste cose vengono a galla. Molte persone ne rimangono sconvolte. Pensano: «Dovrei essere già molto più avanti.» Ma forse Dio ci mostra queste cose proprio perché vuole guarirle.
Quel luogo silenzioso non è pericoloso. È il luogo in cui Dio porta alla luce il nostro cuore. Non per condannarci, ma per incontrarci.
Dio vuole ascoltare anche i nostri desideri
Gesù non si limita a provare quei sentimenti. Esprime il suo desiderio. «Si allontanò ancora un po‘, si inginocchiò a terra e pregò: ’Padre mio! Se è possibile, fa’ che questo calice di sofferenza mi sia risparmiato». […]» (Matteo 26,39 NLB).
Che preghiera! Gesù chiede a suo Padre di trovare, se possibile, un’altra via. Il calice simboleggia la sofferenza, la croce e il giudizio di Dio sul peccato. Gesù sa esattamente cosa lo aspetta. Per questo chiede: «Se è possibile…» Anche questo possiamo impararlo. Possiamo dire a Dio cosa desideriamo. Alcuni cristiani pensano che la vera fede significhi non avere più desideri. Ma Gesù dimostra il contrario. Esprime apertamente il suo desiderio più profondo. Anche noi possiamo pregare: «Signore, vorrei guarire.» «Mi auguro che ci sia riconciliazione.» «Mi auguro che questa sofferenza finisca.» «Spero che mio figlio ti trovi.» «Vorrei avere più forza.» Oppure anche: «Signore, non voglio bere da questo calice.» Dio non si spaventa di fronte a preghiere del genere. Conosce già il nostro cuore, comunque.
Pregare non vuol dire informare Dio. Pregare vuol dire aprirgli il nostro cuore. E spesso ci rendiamo conto che i nostri desideri sono contraddittori. Vogliamo servire Dio. E allo stesso tempo cerchiamo la nostra comodità. Vogliamo perdonare. Eppure continuiamo a serbare rancore. Vogliamo diventare più simili a Cristo. E allo stesso tempo vogliamo imporre la nostra volontà. Dio conosce questa tensione. Per questo possiamo portargli tutto. Nulla deve rimanere nascosto.
La fiducia cresce quando affidiamo la nostra volontà a Dio
Ed ecco che arriva il vero momento culminante della preghiera di Gesù. «[…] Ma voglio fare la tua volontà, non la mia» (Matteo 26,39 NLB). E poco dopo: «Papà! Se questo calice non può passare oltre, allora sia fatta la tua volontà» (Matteo 26,42 NLB).
Questa non è rassegnazione. Gesù non dice: «Allora non importa più niente.» E non dice nemmeno: «Non ho più desideri.» No. Ha espresso i suoi sentimenti. Ha espresso il suo desiderio. E ora affida tutto nelle mani di suo padre. Qui c’è un atto di abbandono. Qui Gesù cede il controllo. Non è forse uno dei passi più difficili della nostra fede?
Vogliamo avere il controllo della nostra vita. Facciamo progetti. Ci organizziamo. Ci mettiamo al sicuro. Certo, dobbiamo vivere in modo responsabile. Ma a un certo punto ci scontriamo con dei limiti. Non possiamo controllare completamente la nostra salute. Né i nostri figli. Né il nostro futuro. Nemmeno il giorno dopo. Quanta energia ci vuole per cercare di tenere tutto sotto controllo! Gesù ci mostra una strada diversa. Lui lotta. Prega. Si dibatte. E poi si affida. È proprio lì che sta la sua libertà.
Chi recita il salmo dice: «Affida al Signore la guida della tua vita e riponi in lui la tua fiducia: lui farà la cosa giusta» (Salmo 37,5 NLB).
E Salomone scrive: «Confida con tutto il cuore nel Signore e non affidarti alla tua intelligenza» (Proverbi 3:5 NLB).
La dedizione non significa passività. Significa: Faccio quello che Dio mi chiede di fare oggi. E quello che non posso controllare, lo affido consapevolmente alle Sue mani. Perché mio Padre regna. La croce conferma questa fiducia. Quando Gesù pregava nel Getsemani, non sapeva ancora come sarebbe stata la risurrezione. Ma si fidava del Padre suo. E il Padre non lo ha lasciato nella morte. Proprio per questo anche noi possiamo avere fiducia. Non perché conosciamo il risultato. Ma perché conosciamo il Padre.
Come possiamo metterlo in pratica? Si comincia recandoci regolarmente nel nostro «giardino del Getsemani». Non deve essere per forza un giardino, ma un luogo di silenzio. Un posto dove non ci siano distrazioni. Un posto dove poter aprire il nostro cuore a Dio. Forse tre semplici passi possono aiutarci in questo.
Primo: Confida a Dio i tuoi sentimenti. Chiamale con il loro vero nome, senza giri di parole.
Secondo: Porta a Dio i tuoi desideri. Non nascondergli nulla.
Terzo: Riponi la tua fiducia in Dio. Di« come Gesù: «Voglio fare la tua volontà, non la mia.»
Questi tre elementi non li troviamo solo nel Getsemani. Li ritroviamo in molti salmi. Lamento. Supplica. Fiducia. È così che si prega nella Bibbia.
E così anche noi possiamo pregare. Per concludere, vorrei ricordarci ancora una cosa. Il Getsemani non finisce con una preghiera. Finisce con un cammino. Gesù si alza. Va incontro alla sua sofferenza. Beve il calice che avremmo dovuto bere noi. Si fa carico delle nostre colpe. Si assume l’ira di Dio, affinché noi possiamo ricevere il perdono. Ecco perché oggi possiamo andare dal Padre con ogni calice della nostra vita. Perché Cristo ha già bevuto per noi il calice più amaro.
In seguito, Mosè ricorda al popolo d’Israele una cosa fondamentale. Dice: «Avete visto come il Signore, il vostro Dio, vi ha portato fin qui lungo tutto quel lungo cammino attraverso il deserto, come un padre porta in braccio il proprio figlio» (Deuteronomio 1,31 NLB).
Che immagine potente. Il deserto non era solo un luogo di sostentamento. Era anche un luogo in cui Dio ha sostenuto il suo popolo. Attraverso i dubbi. Attraverso la ribellione. Attraverso le delusioni. Attraverso il dolore. E forse oggi, guardando indietro, ci rendiamo conto che anche noi, senza quel sostegno, non saremmo più qui da un bel po’.
C’è quella famosa immagine delle impronte sulla sabbia. Lì dove, nei momenti più difficili della nostra vita, riusciamo a intravedere solo una singola traccia, Dio non ci ha abbandonati. Lì ci ha sostenuti. Proprio come un padre sostiene il proprio figlio.
Ecco perché non dobbiamo aver paura del silenzio. Sì, a volte lì ci imbatteremo nel nostro dolore. Ma non saremo mai soli. Dall’altra parte del nostro dolore non c’è il vuoto ad aspettarci. Lì c’è il nostro Padre celeste, che ci sostiene – passo dopo passo.
E in Cristo possiamo essere certi di una cosa: chi apre il proprio cuore a Dio non si rivolgerà mai a Lui invano.
Possibili domande per il piccolo gruppo
Leggi il brano biblico: Matteo 26,36–46; Salmo 13
- Quali sentimenti ti porti dentro in questo momento e che forse non hai ancora confidato sinceramente a Dio? Cosa ti impedisce di farlo?
- Quando osservi Gesù nel Getsemani: quale desiderio o «calice» ti sta particolarmente a cuore in questo momento? Come potresti portarlo consapevolmente davanti a Dio?
- In quale ambito della tua vita ti risulta più difficile pregare: «Non la mia volontà, ma la tua volontà sia fatta»? Perché proprio lì?»
- Quando ripensi alla tua vita: in quali momenti ti rendi conto che Dio ti ha sostenuto in un periodo di aridità spirituale – magari anche solo col senno di poi?
- In che modo potresti creare concretamente, nella prossima settimana, un tuo personale «Giardino del Getsemani» – un luogo e un momento in cui confidare a Dio i tuoi sentimenti, i tuoi desideri e la tua fiducia?

